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I pesci del Carmagnolese

I pesci del carmagnolese, tra scomparse e nuovi arrivi

di Giovanni A. C. Balma e Giovanni B. Delmastro

 

Tra le più macroscopiche sparizioni che hanno coinvolto i pesci dei nostri corsi d'acqua va

certamente citata quella degli storioni (storion), probabilmente appartenenti a tre specie

diverse, che per lo meno fino alla fine del 1700 risalivano il Po sin oltre Torino per la

riproduzione: a riguardo del vicino territorio di Carignano sono stati ritrovati documenti che

proverebbero la loro presenza nel sedicesimo secolo (Sampò & Vallero, 1980) e poco più a

valle, nel tratto di Po moncalierese, dai primi decenni del 1400 al 1797 gli storioni venivano

consegnati prima di ogni altro agli alti prelati del clero torinese (Julini, 1989). La totale

sparizione dai nostri territori ha pure riguardato un'altra specie migratrice anadroma, la

lampreda di mare, che compiva il medesimo percorso riproduttivo, dal mare alle zone di frega

lungo il corso planiziale dei nostri fiumi piemontesi: di questo singolare e primitivo vertebrato

acquatico, a rigor di logica non un “pesce” propriamente detto, esiste un interessante reperto

citato da Festa (1892) per il Po presso Saluzzo, datato 1861: evidentemente lo stesso

esemplare, e chissà quanti altri prima di lui, era transitato anche dalla nostra città. Volendo

completare la lista delle lamprede dobbiamo citare la lampreda di ruscello padana (lamprè)

che ancora oggi frequenta le acque del Po carmagnolese; si tratta tuttavia di una popolazione

quantitativamente assai ridotta e spesso non facile da rilevare con i normali metodi di

campionamento. La lampreda costituisce o, per meglio precisare, costituiva una vera

prelibatezza: non erano solo i nostri nonni ad andare pazzi per la frittura di lamprede, che si

consumava spesso nelle “piole” presso i porti fluviali della zona o in un rinomato ristorante di

Cercenasco, ma anche personaggi famosi, da Napoleone I al conte di Montecristo (Balma &

Delmastro, 1991). A tutt'oggi non abbiamo trovato documenti storici che certifichino la

presenza della cheppia nel tratto di Po a monte di Torino, ma sappiamo che questa sorta di

grossa sardina migratrice, fino alla fine del 1800, arrivava alle porte di Casale, dove si fermava

a causa di un grande sbarramento fluviale ancora oggi presente e, poco più a valle, penetrava

in buona parte del territorio alessandrino (Festa, 1892), per cui è assai probabile che in tempi

più remoti potesse essere annoverata anche tra le specie della fauna cittadina. Vari documenti

storici ci confermano come nel passato le nostre acque fossero anche popolate da molte

anguille (anguila) che si fermavano per diversi anni, prima di intraprendere il lungo viaggio

verso i siti riproduttivi, sperduti in lontani ambienti marini; oggigiorno il rinvenimento di qualche

soggetto è un evento assai raro e per lo più riconducibile ad esemplari sfuggiti da allevamenti

o rilasciati in laghetti di pesca sportiva. Non vi sono dubbi sul fatto che l'unico salmonide

originario della nostra pianura sia la trota marmorata (truta marmorà); si favoleggia sul

ritrovamento di un soggetto di 25 kg (o 21, a seconda del narratore) morto nell'aprile '45 per

la detonazione di cariche esplosive ad opera dei tedeschi in ritirata che fecero saltare il ponte

sul Po tra Carmagnola e Carignano (Demichelis, 1992), mentre sono più circostanziate e

credibili segnalazioni di altri grossi individui, come quello di 18 kg, avvenuta nei primi anni

Lampreda di ruscello padana, esemplare adulto.

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del 1900 presso la cascina Betlemme nel braccio secondario del Po (Mario Chiavazza rif. pers.

22 marzo 2008 e 05 maggio 2015), oppure quello datato 1960, quando nel Po tra

Campagnino e Ceretto venne pescato con la lenza un esemplare di 14.8 kg di peso (Emilio

Borgna rif. pers. 21 febbraio 2008; Fulvio Reviglio 30 dicembre 2007 e Michele Giraudi 03

gennaio 2008), o ancora la segnalazione riferita sempre al fiume Po, questa volta presso la

cava Monviso, intorno all'anno 1980, quando si trovò morto un esemplare di 15 kg di peso

(Fulvio Reviglio rif. pers. 30 dicembre 2007); poi nella nostra zona sono discretamente

numerose catture di trote intorno ai 10 kg di peso: dal 1975 al 2007 abbiamo raccolto 5

segnalazioni di esemplari compresi tra 9.8 ed 11 kg pescati nel tratto del fiume tra Faule e

Carignano.

A questo punto possiamo richiamare l'argomento delle “specie esotiche” (o aliene,

alloctone, importate, sono tutti sinonimi): si tratta di quegli organismi, piante oppure animali,

nel caso nostro di pesci dulcacquicoli, che non sono originari delle nostre zone, ma che vi

sono arrivati ad opera dell'uomo, quasi sempre volontariamente, più raramente in modo

accidentale. Così, alla nostra trota marmorata si sono aggiunti altri salmonidi, come la trota

fario (truta fario, truta pontinà), importata dal Nord Europa, utilizzata soprattutto per ripopolare

i corsi d'acqua alpini, che spesso viene trascinata a valle, in particolare nel corso delle piene,

e per questo compare con una certa frequenza anche nei tratti di pianura. É invece nativa dei

bacini idrografici che sfociano nel Pacifico più settentrionale la trota iridea (truta bianca, truta

salmonà), comunemente allevata per il consumo umano e rilasciata come pesce pronto-pesca

per il divertimento dei pescatori sportivi; assai più occasionale è la cattura di qualche salmerino

di fontana (salmerin), anch'esso proveniente dal Nord America, che è riuscito ad acclimatarsi

in qualche ruscello alpino ed in laghi d'alta quota della nostra regione. Il temolo (tëmmer) è

imparentato con le trote che abbiamo appena elencato ed ha in comune alcune caratteristiche

morfologiche e biologiche, come il fatto di possedere la piccola pinna adiposa, situata tra la

pinna dorsale e quella codale e di richiedere acque fresche e ben ossigenate; in tutto il

Piemonte il temolo ha subito un vero tracollo, scomparendo da moltissime acque correnti, ma

il tratto carmagnolese del Po custodisce ancora qualche esemplare di temolo “pinna blu”, il

ceppo nativo della nostra penisola, che la scienza sta rivalutando, assegnandogli il rango di

specie con la recente denominazione scientifica Thymallus aeliani.

Grandi ed inattese novità riguardano anche il luccio (luss), che è stato attentamente

confrontato con le popolazioni che vivono al di là delle Alpi e si è dimostrato come il luccio

cisalpino abbia delle caratteristiche morfologiche e genetiche peculiari, tanto da validare

l'ipotesi che appartenga ad una specie diversa, tipica ed esclusiva dell'Italia centro-setten-

trionale: così, dal 2011 il nostro luccio non si chiama più Esox lucius ma Esox cisalpinus

(Bianco & Delmastro, 2011); oggigiorno questo caratteristico pesce sta vivendo una situazione

molto particolare, quasi paradossale, poiché da una parte ha visto notevolmente accrescere

il suo valore scientifico e naturalistico mentre da un altro lato, anche nel carmagnolese, sta

subendo una costante e marcata rarefazione che i difficoltosi, ma continui ripopolamenti non

riescono ad arrestare.

Il ghiozzo di fiume (bòta) ed i cobiti (squarsa-sac, da noi rappresentati da due specie

endemiche del Nord Italia, il cobite comune ed il cobite mascherato) ancora oggi, anche se

meno frequenti di un tempo, frequentano i fondali dei corsi d'acqua carmagnolesi; sono

pesciolini di piccole dimensioni che, viste le loro abitudini alimentari, non vengono mai pescati

con la lenza ed anche per questo sono meno noti ai pescatori. Anche lo scazzone (nacia) ha

simili abitudini di vita e viene catalogato come specie ittica strettamente bentonica, cioè

costantemente legata ai fondali e quindi con mobilità molto ridotta; rispetto a ghiozzo e cobiti

è diventato ancora più raro e ormai non vive che nelle fresche acque del Po.

I ciprinidi rappresentano il gruppo più numeroso di specie, sia tra quelle autoctone che tra le

alloctone; fanno parte delle prime il cavedano (quajastr, scajass), ancora oggi specie piuttosto

comune ed ubiquitaria, che caratterizza lo stemma della nobile famiglia carmagnolese dei

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Cavazza (Pegolo, 1925), il vairone (vairon) legato alle acque correnti, il triotto (triòt) ed il pigo

(volà), localizzato nel Po, ed ancora le congeneri lasca (ferrsa ëd San Giusèp, marsenga) e la

savetta (siva), entrambe gregarie ed in drammatica diminuzione nei nostri corsi d'acqua, il

barbo comune (barb) e quello canino (barb cagnin), l'ultimo molto raro nel nostro tratto del

più grande fiume. Da qualche anno il gobione autoctono (ciassòt) risulta introvabile nella

pianura del Piemonte occidentale e per questo motivo è praticamente considerato estinto a

causa dell'arrivo e dell'esplosione demografica del gobione danubiano; tuttavia le due specie

si assomigliano molto e ci vuole un occhio da esperto per riconoscerle. Nel corso dell'ultimo

ventennio la tinca (tenca) ha subito una evidente diminuzione in tutta l'area, ma la notizia più

sorprendente a riguardo di questo pesce amante delle acque stagnanti o a lento corso e ricche

di piante acquatiche è che non sia originario della nostra penisola, ma che si tratti

dell'ennesima specie importata dall'uomo (Bianco, 2014), anche se non di recente; se questa

ipotesi venisse confermata si ripeterebbe a grandi linee quanto successo per la carpa, la

capostipite della vasta famiglia dei ciprinidi, che probabilmente fu la prima ad essere

introdotta, sin dall'antichità; anche da noi sono note molte varietà che differiscono per le

proporzioni del corpo, la disposizione delle scaglie, la colorazione, ma le forme che ritroviamo

più frequentemente in natura sono la cosiddetta “selvatica” (carpa regin-a, carpa argentera)

ed “a specchi” (carpa a specc, carpa dorera) che presenta più o meno vaste parti dei fianchi

e del ventre prive di scaglie. Le cosiddette “carpe erbivore” sinora segnalate in Italia

appartengono a tre specie asiatiche ripartite nei due generi Ctenopharyngodon ed Hypophthalmichthys: anche nel nostro territorio sono note sporadiche segnalazioni relative

ad alcune acque stagnanti.

Il vasto raggruppamento dei ciprinidi può essere completato con le indigene alborella (méliga), sanguinerola (amaròt, bogio) e scardola (coa rossa, scavarda) e poi ancora da altri pesci esotici: carassio dorato (pess ross sarvaj), pseudorabora e rodeo: il carassio dorato assomiglia ad una carpa

senza barbigli ed è noto nel carmagnolese da molti decenni mentre assai più recente è l'arrivo dell'asiatica pseudorasbora e del transalpino rodeo, giunti in Piemonte occidentale a partire dai primi anni 2000 (G.B.D., dati inediti; Regione Piemonte, 2006).

La gambusia (gambusia) è un piccolo pesciolino originario del Nord America introdotto dall'uomo in molte aree del mondo per la lotta biologica alle zanzare: Delmastro (1981) segnalò la sua presenza nell'area della tenuta Commende, dove è stata ritrovata una fiorente popolazione a partire dal 2010; poche altre occasionali e recenti segnalazioni riguardano alcuni corsi d'acqua carmagnolesi.

Nessuna specie di “pesce gatto” è nativa delle acque italiane, ma vi è approdata a partire

dal primo Novecento; anche nel carmagnolese i primi pesci gatto a comparire erano specie del genere nord americano Ameiurus (pess gat, pess dij còrn) che hanno invaso molti stagni e corsi d'acqua prevalentemente a lento corso. Sempre originario del continente americano è il pesce gatto punteggiato, da noi di comparsa accidentale (un grosso adulto solitario di 52 cm è stato pescato il 7 Aprile 2015 nel torrente Meletta) e, purtroppo, il Un gruppetto di rodei, la specie esotica  di più recente acclimatazione. Un primo piano di pesce gatto, originario del Nord America.

35 siluro, di cui segnaliamo un'altro singolo ritrovamento nelle acque del Po presso il Gerbasso

(26 Maggio 2014); quest'ultimo è nativo dell'Europa centro-orientale e si rinviene in gran quantità nella pianura novarese ed alessandrina, dove ha determinato gravi squilibrii ambientali ed allarmanti decrementi della fauna ittica indigena. I monitoraggi che effettueremo nei prossimi mesi ci diranno se questo giovane soggetto di siluro rappresenta una presenza occasionale o se anche le acque correnti di Carmagnola sono state colonizzate e, presumibilmente, sono in procinto di essere invase da questo temibile e baffuto pesce che raggiunge una ragguardevole mole. Altri due piccoli raggruppamenti di pesci naturalmente estranei alla nostra area sono i centrarchidi ed i percidi, fra loro uniti da un certo grado di parentela, che hanno trovato nelle nostre acque, soprattutto quelle ferme o a lento corso, un ambiente favorevole alla loro vita: i primi arrivano da più lontano, dal Nord America, e da svariati

decenni sono qui rappresentati dal persico sole (areoplan, regin-a) e dal persico trota (persi

truta), mentre il persico reale (pess persi) è di origine transalpina ed ha colonizzato il carmagnolese ben più tardivamente, dal momento che all'inizio degli anni '80 (Delmastro, 1981) non era presente mentre ora compare in molti ambienti acquatici, non solo stagnanti, e soprattutto nei laghi di cava lungo il Po.

Il variegato panorama ittiologico carmagnolese che abbiamo cercato di riassumere, abbinandolo ad alcuni periodi storici, pone in evidenza alcuni tra i molteplici cambiamenti che hanno interessato i nostri pesci, sia sotto il profilo qualitativo (scomparsa di certe specie, arrivo di altre) che sotto quello quantitativo (sensibile calo o forte incremento di ciascuna popolazione); insomma, “pànta rêi” ovvero tutto scorre, l'inesorabile legge del mutamento riguarda ogni cosa, ogni vivente, la nostra stessa vita, e neppure gli organismi acquatici sono in grado di sottrarsi a questa legge della natura. L'uomo stesso, da sempre indaffarato nella sua quotidiana operosità, è l'artifice principale, o quanto meno l'acceleratore, dei cambiamenti avvenuti sul nostro pianeta, soprattutto quelli verificatesi nell'ultimo secolo, che si sono succeduti con incalzante e strabiliante progressione: abbiamo pesantemente manipolato gli organismi per renderli più adatti alle nostre necessità ma anche modificato e spesso annientato i loro ambienti di vita, nel caso nostro le cosiddette zone umide, con riflessi negativi sulle stesse comunità di viventi che le popolavano. Per questo siamo soliti incolpare la nostra specie

umana, ed in particolare molte società “progredite” che la rappresentano, per lo sfruttamento

irrazionale delle risorse naturali, perpetrato sotto lo stimolo di una sproporzionata avidità, resa

più devastante dai tempi e mezzi moderni. D'altra parte possiamo domandarci: l'uomo ed il

suo innato comportamento non è lui medesimo il frutto di un processo evolutivo nato e

compiuto in seno alla natura e quindi una espressione genuina della natura stessa? Seguendo

la logica di queste ultime considerazioni che abbiamo abbozzato potremmo riuscire ad

affermare che, in ultima analisi, anche tutti i cambiamenti e disastri ambientali riconducibili in

modo diretto ma anche indiretto alla specie Homo sapiens, non siano catalogabili come

artificiali, ma pienamente naturali, nel senso che derivano dall'uomo che, fino a prova

contraria, non è un'entità astratta calata chissà quando sul pianeta terra, ma frutto e parte

integrante di un processo evolutivo sviluppatosi su questo pianeta e quindi della natura stessa.

Terminiamo qui queste riflessioni che stanno pericolosamente virando dal nostro argomento

di partenza ma, certamente, siamo consapevoli del fatto che tanto i cambiamenti ambientali

diffusi a livello planetario quanto le piccole alterazioni determinate su ristretti ecosistemi, come

la acque del carmagnolese, e sui viventi che li costituiscono, ricadranno sulle economie umane

del futuro: magari in alcuni casi sarà possibile far fronte a questi cambiamenti modulando le

nostre aspettative, altre volte invece le mutazioni indotte potrebbero essere tanto pesanti da

mettere in serio rischio gli attuali modelli di sviluppo e forse, in ultima analisi, la sopravvivenza

stessa della nostra specie o quanto meno quella di alcune sue società.

 

 

Bibliografia

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